Il fardello del ventunesimo secolo 

La storia è un grande libro da dover sfogliare più spesso, rammentarne gli avvenimenti significativi e comprendere gli errori delle passate civiltà, in maniera tale che la perpetua evoluzione culturale miri sempre al meglio. Tuttavia, essa viene spesso ignorata, considerata quasi come se fosse annichilita; gli eventi conclusi non possono influenzare il presente, nulla quindi può ripetersi. Eccetto i fardelli. Tutti i secoli, tutte le ere portano con sé i propri fardelli, spesso eccidi o la soppressione dei diritti naturali di ogni essere umano o qualsiasi essi siano. Anche questa nostra epoca ne ha uno.

Siamo convinti che non rifaremo più gli errori del passato, che siamo diversi e che abbiamo imparato che il diritto della vita è più che inviolabile ma la grande memoria dell’umanità è breve e l’incoerenza, che è condannata aspramente, è comune a tutti gli uomini. Ed è perciò che la società erra irrimediabilmente portando così a quegli avvenimenti i quali diverranno il fardello di questa nostra epoca. Esso è arrivato in anticipo rispetto alle aspettative, ovvero la morte di migliaia di bambini e di altri innocenti nella interminabile guerra civile che si sta consumando in Siria.

Innanzi tali eccidi, tali disastri ci si chiede perché nessuno sia intervenuto, nessuno abbia protestato. Si può comprendere questo stato d’inerzia solo se questi momenti di sospensione del razionale giudizio si vivono, anche solo come anonimo spettatore: si è in una disperata condizione di impossibilità nell’agire e ogni azione appare insignificante, ogni idea è quindi intorpidita. Oppure è a causa della semplice egoistica volontà, alla quale nessuna delle proprie azioni dovrebbero rispondere al comando.

Se ogni atto appare significante, un pulviscolo di polvere nell’immenso, allora che sia la compassione la misericordia perpetrate da tutti i cittadini, che sia la sofferenza altrui smuova la sensibilità, che questi orrori richiamino il ricordo di quegli stessi accaduti non troppo tempo fa, che non sia l’urlo di protesta ad attirare l’attenzione di coloro che muovono i fili che intrecciano i destini del mondo, non la lacrima patetica, ma la caparbia consapevolezza umana, la quale ha già compreso che le sofferenze patite in quel luogo, in quella Siria che muore ogni giorno e tutti i giorni, hanno del disumano; che l’errare qui è diabolico, non tanto perché il medesimo sbaglio è stato perseguito nel corso di tutte le ere, ma quanto perché è eticamente abominevole e aberrante perpetrare quella crudeltà ad altri esseri umani di nuovo e ancora.
L’impercettibile vibrazione che fa crollare un palazzo già pieno di crepe è stato l’efferato e disumano bombardamento chimico di oggi in Siria, così presunto dai medici e dai volontari che hanno soccorso le vittime con evidenti sintomi da avvelenamento da satin, un tipo di gas nervino, i cui morti ammontano a 58. Si ipotizza che il mandante sia stato il regime di Assad o la cui alleata, la Russia. Ed è ovvio Assad si difenda a denti stretti dall’accusa di aver dato il consenso di tale abominevole gesto: chi ha la crudele audacia nell’ammettere di essere stato colpevole di quel grave e tremendo gesto. Allora si continuano a cercare i colpevoli, a chiedersi quale sia il motivo dietro tutta questa tragedia, come essa sia iniziata e quando. Per giunta, come si deve reagire, cosa dire; bisogna essere cauti o tenaci, crudeli con chi agisce in modo mostruoso. Nel vano dubbio e della gravosa indolenza, continuano a morire bambini – i quali continuano a sognare i colori della pace- e tutte quelle persone che perseguono la speranza di libertà, giustizia e ugualianza -gli stessi imprenscindibile valori che regnano nei Pesi occidentali- ma il coraggio di protestare ancora nessuno l’ha trovato. Il coraggio di indignarsi e saper come è a chi puntare al dito con tutto l’orgoglio e la rabbia, con tutta la patetica umanità e moralità possibile perché una città che stava per affacciarsi al futuro e alla modernità, che stava combattendo per i propri diritti, sta invece crollando come un cumulo di sabbia; perché i proiettili e le bombe hanno acquisito maggior valore rispetto ai fiori e alla sacralità della vita; perché l’etica e la carità sono divenute cose futili.

Questi giorni e questa guerra sono il fardello di questa generazione, di questo tempo; questi morti le vittime dell’indifferenza: quanto ancora rifugiarsi nella scusa dell’insensatezza del più piccolo gesto di solidarietà, per non volgere lo sguardo sui danni della propria negligenza.

Viviana Rizzo

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