Il Viaggio della Memoria: testimoniare ciò che è stato

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Si dice che la violenza sia insita nell’uomo, che sia parte imperfetta dell’umanità ma quei fatti accaduti tra il 1939 al 1945, corrispondenti a quello sterminio denominato Shoah o Olocausto, sono oltre a ciò che è umano e dolorosamente i sopravvissuti hanno raccontato le loro testimonianze che sottoscrivo per un dovere che mi è stato dato ed è stato ricevuto da chi ha affrontato quest’oggi il viaggio della memoria: testimoniare ciò è stato.

Il principio del disastro furono i ghetti: uno dei primi fu quello di Cracovia (in Polonia), il quale appare come un normalissimo quartiere di una qualunque grande città: palazzi, negozi e famiglie che trascorrono la loro quotidianità eppure quelle mura, quelle costruzioni non trasmettono quiete, serenità bensì una sensazione di pesantezza, di una malinconia percepita dall’anima. Il ghetto di Cracovia, uno dei primo costituiti delimitato da due barriere naturali che sono il fiume Visola e uno strapiombo , è stato il principio del disastro. Come un carcere, gli ebrei che lì vivevano non avevamo possibilità di uscire, erano prigionieri senza colpe che quando passeggiavano per le loro familiari strade, dovevano guardarsi le spalle, tenere lo sguardo basso perché i generali nazisti, spesso, sparavano e uccidevamo uomini di cui non conoscevano il nome né le colpe solo perché gli era ordinato di fare poiché non avevano coscienza ma solo malignità. Inoltre nel ghetto c’era un asilo che è stato, purtroppo, anche ospite di una delle più grandi tragedie, ovvero l’uccisione dell’innocenza quindi la fine della speranza; una sera, i soldati nazisti andarono in quell’asilo per prelevare tutti i bambini che erano nell’asilo (i genitori molto giovani lasciavano i bambini all’ asilo durante la giornata mentre loro erano a lavorare) per portarli nel bosco dietro dove c’era lo strapiombo, uno dei confini del ghetto, e lì compirono una delle più atroci azioni: li fucilarono. La morte di essi era stata decisa per il semplice motivo ché la loro perdita limitava la volontà di combattere, di vivere e sperare. Quel luogo ora è un parco giochi circondato da uno strapiombo che pare voler caderti addosso. È surreale e mostruoso e io ho posto i miei passi lì, in quella quiete che era stata eco degli spari.

Il ghetto si poteva considerare la prima stazione di quel treno che avrà condotto migliaia di innocenti alla fine, ai campi di concentramento. 

Auschwitz II – Birkenau, 120 ettari di tragedia delimitato dal filo spinato (elettrificato a 40 Volt), è uno dei più vasti campi di concentramenti e di sterminio. I deportati venivano portati, come è risaputo, per la ferrovia che si estende sino oltre l’entrata del campo ammassati dentro i vagoni merci. Ce ne hanno mostrato uno: più che un vagone pare una scatola di legno ammuffito senza aperture se non qualche foro nel legno. Lì dentro ci avrebbero dovuto trasportare merci come cibi o pacchi postali invece venivano ammassati decina di persone, senza cibo e acqua. Anche non entrandoci e osservandolo dall’esterno si percepisce il senso di claustrofobia, l’istinto di sgomitare per recuperare il proprio spazio, per respirare, per vivere erge sulla ragione, la sensazione di perdere il respiro pare reale.

Birkenau è impressionante anche solo osservando l’entrata: immerso nella perenne nebbia, pare che la luce non lo abbia mai attraversato, il grigiore che che aleggia in quella zona sia il dolore immenso di tutte quelle donne, quei bambini, quegli uomini e quegli anziani hanno patito e che ancora adesso percepiscono nel cuore, come Sami, Tatiana e Pietro, che troppo giovani hanno conosciuto tutto il male dell’umanità. Birkenau diviene l’inferno in terra, non tanto da come si mostra ma dai racconti dei sopravvissuti che sembrano materializzarsi in quei luoghi. Come Sami che ha dovuto vedere il padre sottostare alle violenze delle SS, che ha dovuto patire il freddo, la fame, la morte di suo padre e della sorella a quattordici anni. Come Tatiana che ancora bambina ha visto tutto il suo mondo crollare, la sua infanzia andarsene via e crescere troppo in fretta. O come Pietro che ha visto tutta la sua famiglia andarsene poco a poco, essere ripudiato dal proprio Paese e dalle persone che conosceva e ritornare qui, solo e senza nulla. 

Toglievano tutto: i propri beni, la propria identità, il proprio nome e la dignità e chi non era abbastanza forte o non necessario per divertire il sadismo di quegli uomini che uomini non sono, i soldati nazisti, veniva direttamente mandato a morire nelle camere a gas, fra cui anziani, malati e donne incinte . Chi lo era, veniva portato alla Sauna, un edificio in cui i deportati venivano registrati.

Infine le baracche, di legno dove dormivano gli uomini, nel lato destro e di muratura quelle delle donne. 52 cavalli avrebbero dovuto stare nelle baracche invece dormivano oltre 200 persone. I bambini rimanevano da soli assieme a una donna che se ne occupava circondati da disegni realizzati dagli adulti per allietarli quei lunghi giorni senza sole e quelle lunghe notti senza sogni in letti, in buchi di cemento e legno. Gli uomini che cercano fra le donne, in lontananza, un viso familiare, la propria madre, moglie, figlia, sorella, le donne che cercavano il proprio padre, marito, figlio, fratello e resistevano semplicemente per ricordarsi di essere persone e non bestie, come venivano trattati. Chi si faceva forza o chi si abbandonava, chi si ripeteva la divina commedia (come Primo Levi) per ricordarsi di avere dignità e ragione o chi si lasciava trasportare dall’istitinto. Così tante sono state che non te ne rendi conto di quante sono state dai numeri stampati sui libri di storia ma dai ricordi che hanno lasciato, dai loro resti, dai loro vestiti.

Ad Auschwitz I sono stati allestite delle teche contenenti i beni dei deportati contenuti, allora, nella baracca Canada (il nome rimandava alla ricchezza, proprio di quel Paese). Questo secondo campo di sterminio è diverso da Birkenau dalle architetture (ma non differenti per le sofferenze subite), è più piccolo (sono circa 12 ettari) e precedentemente era stato una caserma infatti lo si può notare dai palazzi a due o tre piani di muratura che riempiono i campi, nei quali dormivano i deportati. Ora all’interno ci sono delle mostre dei beni ritrovati: camere intere, immense di occhiali, valigie con le firme dei possessori, scarpe, abiti, creme, spazzole e capelli. Centinai, migliaia e ogni oggetto rappresenta una persona viva o morta che è stata lì dentro. A me sembrava che per ogni di quelle cose si materializzasse chi la possedeva, ed erano troppe. C’erano anche fotografie: persone normalissime, ragazzi e ragazze che sorridevano, famiglie in posa e ritratti degli innamorati. Persone normalissime che hanno vissuto, hanno amato. Hanno gioito e hanno pianto, che hanno avuto una loro storia, idee e memorie che ora sono svanite perché qualcuno aveva deciso che doveva essere così. Qualcuno di così marcio ha si è preso il diritto di decidere chi doveva vivere o morire, di malattie o di fame, fucilate o nelle camere a gas.

Camere a gas che non avevano parvenza di docce piuttosto di un magazzino, un parallelepipedo di cemento dove non si respira, non c’è luce se non dalle lampade o da quel,a filtrata dei buchi dove veniva inserito il gas, sassolini grigi-verde dalla parvenze innocue che venivano fatte riscaldare. Un corridoio dalle pareti grigie che raccoglievano centinaia di persone ammassate l’un l’altro, che a malapena si riusciva a dilatare i polmoni, a sgomitare. Non sembra una doccia come raccontano in molti, i boccioni delle docce ci sono ma si vedono a malapena e sono ossidati, l’atrio con il pavimento di legno marcio incute timore. Si comincia a tremare solo stando dinnanzi l’entrata, anche l’odore dell’aria è diversa, pesante e acida, anche il colore del cielo lo è, smorto e incolore. Incolore è anche la stanza dei forni crematori dall’altra parte nel quel ergono due o tre forni, piccolo e poco profondi e arrugginiti, il muro sovrastante è ancora nero per il fumo.

In questi luoghi ci si rende conto della violenza e la pericolosità dell’indifferenza, di ciò che comporta il non sapere e il non denunciare, il silenzio e cinismo. Questi viaggi sono organizzati non tanto per sapere nuovi fatti storici o comprendere il dolore dei deportati ma per capire il dovere di non essere in silenzio di fronte le violenze, di sottostare a regimi oppressivi e credere alle bugie. Ci hanno passato il testimone, ci hanno dato la responsabilità di portare avanti e rendere eterni quei ricordi, quelle storie, non solo per noi ma per un futuro, il migliore possibile. 

Viviana Rizzo

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