Tutto passa ma tutto rimane: le lettere e la prigionia di Pavel A. Florenskij

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Nelle lontanissime terre gelide della Siberia, ergono solitari i gulag, i campi di prigionia riservati agli oppositori del regime stalinista. Spoglie prigioni, celle fredde e sporche, oppure baracche di legno marcio: lì sono dove risiedono i prigionieri. Filomonarchici, anticomunisti, intellettuali e sacerdoti; tutti coloro che hanno osato disubbidire al regime sovietico. Fra questi emerge il nome di Pavel A. Florenskij, matematico e teologo russo.
Pavel Florenskij era stato rinchiuso nei campi di prigionia in Siberia, precisamente nelle isole Solovki (il cosiddetto « Arcipelago Gulag ») non tanto perché aveva infranto una legge specifica, ma perché aveva deciso di non rinunciare alla sua fede per un movimento di pensiero umano, perché la sua religione continuava a essere il sommo motivo delle sue opere. Doveva quindi essere rieducato. Rieducato rinchiuso in celle spoglie e fredde, dalle mura grigie e sporche, in condizioni disumane a conseguire delle ricerche sull’estrazione dello iodio dalle alghe. Pochi volti, pochi umani a cui aggrapparsi, tutti vittime e amanti del proprio istinto di conservazione, il più egoista e individualista. Vittima della più profonda solitudine, con il ruggito delle onde del mare -il cui frastuono era la più dolce delle melodie in quei luoghi, Florenskij continuava comunque a scrivere. Intanto proseguiva la stesura di “Oro”, un poema, e scriveva lettere alla moglie Anna e ai figli (ai quali ha dedicato anche un’autobiografia, “Ai miei figli. Memorie di giorni passati” ed. Mondadori) e ad amici, profonde e commoventi lettere, nelle quali mai si faceva sfuggire qualche dettaglio di quella sua prigionia e delle conseguenti sofferenze.

La maggior parte raccolte nel libro “Non Dimenticatemi” (ed. Mondadori), in queste lettere traspare tutto l’amore e l’affetto di un padre verso i propri figli, di un marito devoto alla propria moglie, escludendo la sua pena nel ritrovarsi in quei luoghi desolati, non si legge alcun dettaglio di questo suo struggimento. Racconta come uno scienziato affaccendato le sue obbligate sperimentazioni alla moglie, alla quale prometteva di ritornare presto a casa. Stessa promessa che permea anche le lettere ai figli, ai quali dedica poemi, raccomanda di studiare ma anche di svagarsi e soprattutto imparare a suonare uno strumento. Insegna in che modo si debba scrivere e come leggere un libro, ossia analizzando la punteggiatura e cercare di dedurre il motivo per cui l’autore abbia scelto quella determinata parola e non un’altra. Attraverso poche parole insegnava la vita, il proprio latente significato, come non lasciarsi vincere dall’angoscia e dalla malinconia ma cercare di gioire sempre e comunque.

« I dispiaceri, nella vita, non si possono evitare; ma i dispiaceri consapevolmente e alla luce degli avvenimenti generali ci educano e arricchiscono, e in seguito, portano i loro Frutti positivi. Per questo, mio caro figliolo, sii calmo, confida in un futuro migliore, non agitarti e cerca, in ogni istante, di approfittare di ciò che hai, facendo tutto ciò che si può fare in questo tempo. » (Pavel Aleksandrovič Florenskij, Non dimenticatemi, 1935)

Affermava che tutto passa ma tutto rimane, che nel futuro ci saranno comunque i resti del passato: il tempo è si una linea retta e tutto muta ma ogni tanto s’incurva e ripete il proprio percorso, ciò che è accaduto, potrebbe riaccadere.

« Tutto passa, ma tutto rimane. Questa è la mia sensazione più profonda: che niente si perde completamente, niente svanisce, ma si conserva in qualche modo e da qualche parte. Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo […] Al passato non abbiamo detto addio per sempre, ma solo per breve tempo » (Pavel A. Florenskij, Non dimenticatemi)
Nell’oblio e nell’isolamento del gulag, Florenskij riusciva ricordare tutte le persone che ha conosciuto e i loro impercettibili dettagli che rendono indistinguibili agli altri; inoltre ad essi si interessava, come stavano e dove, li scriveva lettere oppure chiedeva alla moglie. Non dimenticava nessuno e nessuno si potrà mai dimenticare di lui.

Era l’8 Dicembre 1937, nell’Arcipelago Gulag. Piccoli fiocchi di neve bianchissimi s’accasciavano a terra, come i corpi privi di vita dei prigionieri. Una tetra giornata d’inverno, il sole non brillava, non accarezzava con i suoi raggi uno dei tanti sentieri ghiacciati delle isole Solovki. Una folla di poliziotti era spettatrice di un plotone d’esecuzione in qualche campo, già pronto a sparare. I condannati stavano spalle al muro tremanti e piangenti. Avevano paura. Fra questi c’era anche lui, Pavel Aleksadrovič Florenskij, stava guardando il cielo stellato, crudele per la propria immensità ed eternità.
« […] osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetemi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete. »

(Pavel A. Florenskij, Non Dimenticatemi, sez. Testamento)
Osservate le stelle e non dimenticatemi. 

Viviana Rizzo


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