L’indecenza dell’Istruzione e la decadenza della Maturità 

La codardia delle tracc(i)e
Che la scuola stesse diventando un’azienda, una macchina generatrice di operai mediocri, peggio di quelle anglosassoni e le loro verifiche a crocette, ce ne eravamo già accorti tutti. Ma con le tracc(i)e della prima prova, si ha avuto la conferma, totale, la dichiarazione di questo aberrante mutamento. Non temi in grado di solleticare l’intelligenza critica dello studente, piuttosto di utilizzarli come impiegati, ricercatori di soluzioni ai problemi dell’Italia, primo fra tutti il lavoro. L’assenza di estratti di saggi e la grave mancanza di nomi di personaggi di spicco nella cultura odierna e invece la presenza di articoli di giornalisti poco conosciuti sono l’inizio della mediocrità di questo Ministero e la prova dell’inesperienza di insegnamento nelle scuole da parte dei grandi esperti che hanno redatto le tracce e della vergognosa convinzione che gli studenti siano burattini ignoranti, decontestualizzati dal proprio tempo e disinteressati ai problemi che affliggono questa difficile realtà. Studenti incapaci di polemizzare e affrontare gli argomenti più delicati e più brutali è questo il loro credo, condito con il loro timore di discutere su quei problemi.

L’unico bene prodotto da queste inutili tracce è aver fatto riscoprire un poeta come Giorgio Caproni.

La conoscenza riassunta in dieci righe: il paradosso

Non è raro che ai giovani studenti viene esortato di utilizzare le proprie capacità critiche e analitiche riguardo lo studio degli argomenti di ogni materia, cogliendone le cause e gli effetti, i collegamenti intrinsechi che si possono ritrovare tra gli eventi storici, le scoperte scientifiche e i pensieri umani, non attuando inutili sforzi mnemonici. Tuttavia, nella terza prova scritta, viene imposta la capacità di saper riassumere eventi complessi in sole dieci righe, ricordandone alla perfezione ogni dettaglio, annichilendo quindi ogni capacità critica, perché superflua. Solo i fatti contano, solo date e nomi: non esistono le corrispondenze e i vostri sforzi sono vani. Non c’è qualità, solo mediocrità e il troppo è abominevole, aberrante. Si deve essere sintetici, superficiali, ottusi perché le persone sono impazienti e la società cammina troppo veloce ché si rimanga inermi a comprendere la profondità delle cose.

La sindrome da Twitter (e dipendenza da Facebook) degli insegnanti

Quattro colonne per un tema è troppo. Troppe parole, troppi argomenti e il tempo non basta. È troppo anche dieci righe massime per spiegare un’opera d’arte. Tutto è troppo. Eppure per potersi laureare gli insegnamenti hanno dovuto studiare tomi e volumi oltre le trecento pagine: avranno contratto la sindrome da Twitter, oltre i 140 caratteri, il discorso è superfluo.

Anche citare autori, pensatori, scienziati è strafare, è “tanta roba” ed è ostentazione della propria cultura, quindi stupidità, la mia. Credere di aver il diritto di poter approfondire con intelligenza un tema complesso è segno di essere privi di umiltà, di credersi migliori di quei mediocri insegnanti, impazienti e superficiali. Un sacrilegio essere originali.

Troppo Facebook condito con complotto e qualunquismo?

Il relativismo del sistema di votazione
Non è certamente una cifra a qualificare il proprio valore, né rappresentare i propri sforzi, la propria crescita e il superamento dei propri timori. Ma un numero può assumere caratteristiche qualitative, conferita dalla coscienza umana ossia è la persona che ne giudica un’altra mediante la conoscenza del voto da quest’ultima ottenuto.

Il voto della maturità non può e mai potrà rappresentare il proprio percorso di studi, l’impegno e la responsabilità assunte rispetto allo studio durante i cinque anni delle superiori, anni di crescita e maturazione, di assoluto cambiamento personale poiché un numero è indicativo, è solo una piccola sintesi che spesso è errata perché inverosimile, perché viene dato da altre persone ed esse sbagliano oppure non riescono a comprendere la persona, lo studente che hanno di fronte. I voti contengono in sé la stupidità e la perfidia di chi ha il potere di giudicare. Non è indicativo della qualità del giudicato ma del giudicatore, tutta la sua essenza. È il mezzo perfetto per la realizzazione del relativismo conoscitivo, della più becera e cieca soggettività mascherata nella più perfetta oggettività, attraverso griglie di valutazione e ingegnosi algoritmi di terza elementare.

Ha senso quindi considerare il punteggio finale della maturità, se esso non può in alcun modo descrivere il percorso svolto in cinque duri e lunghi anni? Ha senso che assuma importanza se ha la possibilità di negare e annullare ogni sforzo compiuto?

Viviana Rizzo

Photo by JJ Thompson on Unsplash

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