La nascita di una nuova era (e di una nuova idea di giustizia)

11 Settembre 2001: questo, dunque, è il principio. L’inizio di questa nostra maledettissima era: l’era del terrorismo, della latente guerra che ci perseguita anche nelle nostre tiepide case, l’orrore nella più populistica serenità. Il ventunesimo secolo è l’età di un nuovo tipo di totalitarismo, ossia la viscerale paura che degenera in un’incosciente rabbia e infine in anacronistica intolleranza e le sue eventuali variazioni. Ma c’è anche il becero buonismo che esclude l’intransigente giustizia e l’insensata ignoranza. Questi sono perciò  i nuovi valori, sommandosi la pericolosa e liberticida volontà di estrema sicurezza che sovverte le dissidenti ideologie e annichilisce i faticati obiettivi raggiunti di umanità del Novecento; il secolo nel quale il diritto umano è nato, si è affermato prepotentemente e ha saputo punire con dignità e perseveranza.

Il Ventunesimo Secolo è quello dell’alienazione e delle bugie (anzi delle post-verità) nel quale tutto è concesso; è un luogo pieno di ombre ma anche di luce perché più numerose esse sono, più si è vicini alla via d’uscita e allora i nostri anni sono anche quelli in cui la conoscenza appartiene a tutti e la sapienza è democratica, la verità non il noumeno kantiano, qualcosa di inconoscibile ma è palese, accessibile a ognuno: la vera democrazia in cui si esiste, in cui si è individuo e comunità nel medesimo tempo.

È il tempo in cui convivono pace e guerra, progresso e regresso.

È il tempo delle contraddizioni.

È il tempo in cui perpetuamente, senza sosta cadono i gruppi terroristici e ne nascono di nuovi, come code di lucertole che se amputate ne ricrescono due; si raddoppiano i problemi e il numero di attentati terroristici e di vittime.

L’ultimo attentato è quello avvenuto a Barcellona il 17 Agosto, 13 ammontano i morti, 57 i feriti. È estate e tutti sono in vacanza. Eccetto la malvagità. Eccetto i problemi, gli stessi: che fare dunque? Intervenire per via bellica o per via culturale? Continuare a essere tolleranti o discriminatori? Si è tolleranti perché l’odio genera altro odio, si è discriminatori perché dobbiamo essere intransigenti nel difendersi, proteggerei nostri cari e intanto nemmeno si prova più a cercare una motivazione in questa tragedia: la crudeltà non è un atto logico, non si cura delle cause, tantomeno delle conseguenze ma è un bestiale istinto di sopprimere altrui individui per imporre la propria volontà su altri; sottomettere e nient’altro.

Che fare quindi? Essere intolleranti con l’intolleranza, come sostiene Karl Popper. Questa dovrebbe essere la nostra idea di giustizia: punire chi nuoce, chi isola, chi discrimina e premiare, invece, coloro che si sforzano di migliorare questa tremenda società, di salvare il maggior numero di persone e ricondurli alla diritta via.

Si deve non tollerare la violenza, l’orrore, la disumanità e tutti quegli ismi degenerati il cui obiettivo è quello di annientare civiltà, comunità, religioni e ideologie.
Viviana Rizzo

Photo by Kayla Velazquez on Unsplash

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