Storia di un diktat

Per diktat s’intende la posizione di inferiorità di una determinata nazione, inflitta dagli altri Paesi, spesso limitrofi, come conseguenza di un trattato di pace, che ha la funzione di annichilire ogni eventuale contrattacco futuro. Spesso il diktat non è espresso, piuttosto è un comportamento indigesto e fastidioso di alcuni premier verso uno di un altro Paese. Un diktat subdolo, cattivo, prepotente e più pericoloso di quello che si configura come una condizione inserita in un qualche accordo internazionale. Quell’insensata antipatia che il presidente francese Emmanuel Macron riserva allo Stato e a tutta la nazione italiana si esplica come espressione volontaria di quel secondo comportamento cui obiettivo è quello di infliggere un diktat del secondo tipo -quello già spiegato precedentemente.

Un diktat che genera una crisi internazionale ed economica: anzitutto nazionalizzare i cantieri già acquistati da Fincantieri, in seguito la crisi diplomatica tra Libia, Italia e Francia, poiché quest’ultima assume i comportamenti di quei Paesi che cercano di imporre il proprio protettorato (o almeno un’imposizione neocolonialistica che ne ha assunto alcune delle caratteristiche) su un Paese che si trova su un livello economico e sociale inferiore (un stato d’essere perlopiù casuale, dovuto dal corso storico), cui obiettivo è quello di ottenere la supremazia sul flusso immigratorio, non tanto per interessi umanitari, piuttosto per mettere le mani sui finanziamenti europei a quei Paesi che ospitano immigrati e profughi.

Alcun fatto attuale può spiegare questa patetica antipatia nei confronti del nostro Paese, né si sono verificati diverbi politici tra l’Italia e la Francia. La motivazione si coglie in un ambito strettamente economico, ossia la triste missione di imporsi come Stato predominante in Europa e nel Mediterraneo, ma addirittura anche una riluttanza nel cooperare con l’Italia, un Paese che sta scivolando verso il bilico, sta affondando nella melma della crisi,, del nazionalismo, di tutti quei caratteri che rappresentano un percorso retroattivo.

Si consideri, quindi, la prima questione: la Francia avrebbe potuto ottenere importanti agevolazioni con l’acquisto da parte di Fincantieri dei cantieri, un’importante entrata nonché una più stretta e solida collaborazione italo-francese, oltre che equilibrare le l’eventuale acquisto della Telecom da parte della francese Vivendi (anche questo una problematica complessa), una sorta di scambio economico che rasente il più piacevole e comodo equilibrio finanziario. È evidente, dunque, che Macron non ha intravisto tali aspetti positivi, temeva forse il monopolio italiano in Francia nel mercato edile-navale? Un’immagine che oscilla tra il patetico e l’ingenuo.

Passiamo perciò al secondo problema, quello che barcheggia sulle onde del Mediterraneo, il mare della sofferenza, dell’orrore, della speranza, della nuova vita, un mare protagonista dei più torpidi conflitti del ventunesimo secolo, la rinascita del nazionalismo e la becera problematiche, il più insulso dubbio amletico: salvare i migranti, ospitarli nelle loro terre, o girare la testa, ignorare le urla, le richieste di aiuto; riflettere e accorgersi che esistono molteplici soluzioni, invece di farsi sottomettere dagli istinti di odio, dalla più diabolica stupidità. La Francia adocchia la Libia e l’Italia non comprende l’accenno: con la scusa di affermare una nuova pace tra l’Europa e i paesi dell’Africa mediterranea, il Paese francese si sta avvicinando a nuovi istinti colonizzatori , latenti, camuffati da buone intenzioni e in questo senso subdoli, affermandosi come un terzo incomodo nella lenta disputa che vede l’Italia combattere per ottenere l’aiuto libico per rallentare l’incessante flusso migratorio, stringendo patti e sottoscrivendo trattati, aprendo le ambasciate e rafforzarne il potere internazionale e quindi l’Italia non può temere la Francia, un Paese che pretende di allargare e dilagare il suo potere ovunque, soprattutto economico; l’obiettivo primario è l’arricchimento fine a sé stesso, che non fa il bene per il Paese, tantomeno ai rapporti internazionali sempre più fragili. Un bisogno disatteso e inopportuno in tempi in cui il potere ha perso la sua credibilità.

Viviana Rizzo

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