Direzione Fortezza Europa: gli sbarchi di migranti a Lampedusa

Il silenzio. Non c’è altro che il silenzio, quello intangibile, in grado di sospendere il tempo. Potrebbe anche far notte e nessuno se ne accorgerebbe. Passano i minuti, forse ore e non lo si percepisce in quanto ogni cosa, ogni persona è immobile, non accenna un minimo gesto. Non una parola. Solo il molo galleggiante che barcheggia sulla superficie del mare cristallino osa muoversi, osa far rumore.
È domenica 24 settembre, ora di pranzo, sull’isola di Lampedusa: guardia costiera, finanza, giornalisti, mediatori, volontari stanno attendendo l’ennesimo sbarco.

Un gommone ha appena attraversato il Mar Mediterraneo, oltrepassato le acque internazionali per poter raggiungere quello che sembra il paradiso, un fallace miraggio. Ha su di sé una quarantina di giovani provenienti dalla Libia, dalla Tunisia da qualunque stato di quella fetta di Africa che si affaccia di fronte all’Europa. Una delle tante navi delle tante ONG che solcano il Mediterraneo. Li ha avvistati, ha chiamato la guardia costiera e li ha tirati fuori da quella imbarcazione costruita in Cina con nome in caratteri arabi e targa con cifre che non appartengono ad alcun nome.

Giovani uomini dai volti già vecchi, già troppo stanchi che non comprendono quella lingua, l’italiano, che appartiene ai romanzi, all’arte più pura. Con il cuore gonfia di una stupida speranza melanconica: magari qui, in Occidente, andrà tutto bene, almeno questa volta. Accovacciati, nascosti, si stringono a sé e vedono un gruppo folto di persone che li stanno attendendo e qualche curioso, da lontano, scatta qualche foto, magari si commuoverà, magari si indignerà e poi lo scriverà sul primo social network che gli capita sulla home dello smartphone.

Due persone vestite completamente di bianco, tute estremamente sterili, lindi all’inverosimile, guanti di gomma esaminano ogni pezzo di pelle, dietro le orecchie, nei capelli, le braccia, le gambe, il torso, nessuna ferita, nessuna malattia e allora possono finalmente poggiare i loro piedi sulla terra ferma. La guardia costiera li fa fermare in un angolo in gruppo, i giornalisti fanno domande e scattano fotografie, altri medici controllano i migranti e con occhio clinico cercano tracce di malattie. I militari, severissimi, li osservano quei migranti, qui viaggiatori clandestini che potrebbero mentire sul nome, sull’età e mascherare tentennando,quindi, la propria identità. Con un cenno chiamano i volontari e i mediatori: i militari ordinano che quegli uomini vengano divisi in gruppi da dieci. In fila indiana li fanno sfilare dinanzi ai cronisti: un pullman della croce rossa, oltre i cancelli della zona militare del porto, li sta attendendo da qualche ora. Un pullman grigio che mostra con autorità il logo della Croce Rossa. Il primo gruppo, scortato da guardia costiera e medici, si dirige all’esterno e salgono all’interno del pullman. Così il secondo, poi terzo, il quarto e anche il quinto gruppo e accovacciati sui sedili cercano di nascondere il viso, chiudono le tendine infastiditi mentre un’aspirante giornalista li osserva, cerca di scrutare resti delle loro storie, del loro vissuto ma riceve solo sguardi arrabbiati ed esausti. La destinazione successiva sarà il centro di espulsione, nascosti nei meandri dell’isola di Lampedusa, tra gli arbusti e il mare cristallino, nel quale sarà registrata ogni persona sbarcata, registrati nome, cognome e impronte digitali e solo allora si verrà deciso chi deve ritornare alle coste libiche oppure entrare in Italia, nel continente Europeo. Varcare le porte della fortezza e dirsi finalmente salvi.

 

Viviana Rizzo

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