L’affermazione dell’identità passa attraverso l’indipendenza intellettuale 

L’indipendenza intellettuale differisce dagli effimeri atti di ribellione, artificiose e vuote azioni di protesta, contro la somma totale delle caratteristiche intrinseche di uno specifico sistema (inteso come stato di società in un determinato periodo storico), cui fine è quello di annientarlo, far precipitare ogni convinzione, ogni ideale comune senza tuttavia aver alla base un reale scopo, se non quello di sfogare la propria rabbia provocata dalle imposizioni di regole. L’indipendenza intellettuale invece non è un atto propriamente istintivo, piuttosto bisogna di ragionamento, analisi nella costruzione di un proprio ideale, occorre quindi di esperienza e caparbietà; si basa infatti su un’attenta e razionale pianificazione cui scopo è quello di rendere il migliore possibile il sistema, aggiungendone nuove caratteristiche capaci di smussarne i difetti, i quali si cercano di correggere e azzerare. Non è servitù del sistema, poiché tale agire non raramente va incontro all’ostruzionismo, né è elogiato a differenza dell’anticonformismo e della sterile ribellione.

È necessaria un’ingente dose di coraggio ed è con ciò che i grandi uomini hanno potuto imporre il proprio pensiero e cambiare irrimediabilmente la società, o addirittura il corso della storia.

Sul piano personale, invece, l’indipendenza intellettuale è uno dei molteplici percorsi per l’affermazione della propria identità, non scelta fra le tanti forme preesistenti, piuttosto plasmata interamente da se stessi mediante il proprio coraggio, la propria ideologia e la propria esperienza. Tuttavia ciò non è un compito semplice, infatti, come sostiene Bauman, più la società progredisce ( e così il mercato), più è difficoltoso asserire una propria identità, in quanto aumentano quelle preesistenti. Tale compito, sostiene sempre Bauman, è mutato ben presto in una sorta di isteria collettiva, un dovere comunque che se non conseguito, si regredisce nella solitudine. Una solitudine che è negativa in quanto sostiene l’individualismo prodotto dal mercato, il quale annienta il senso di collettività, e ha il fine di intorpidire il paragone, il confronto che è anche la comunione fra individui e le loro idee insite in loro, ossia sono i fenomeni che generano il dissenso.

Perciò affermare la propria identità si deve intendere come un bisogno personale, una via per cercare il significato e gli scopi della propria vita, riconoscere i propri talenti e difetti, le proprie attitudini e abitudini; non di certo per soddisfare un urgenza della società, per integrarsi e accomunarsi alla visione comunitaria del mondo.

 

Viviana Rizzo

 

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